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RIASSUNTO SULLA QUESTIONE SGOMBERI DEI ROM RUMENI A BOLOGNA
Ecco
un ulteriore approfondimento datato 21 Dicembre, con diverse
riflessioni e informazioni aggiuntive, riguardo le vicende che si sono
susseguite negli ultimi mesi del 2006 a Bologna, nell'ambito dei
diversi sgomberi nella quale sono stati coinvolte le comunità di
Rom
Rumeni.
21/12/2006
L’associazione
Harambe, con la
presente, intende fornire informazioni dettagliate e considerazioni
generali
sui fatti che dal 16 novembre c.a. si sono susseguiti nella
città di Bologna
nei confronti della popolazione rom-rumena.
Il 16
novembre c.a., infatti, il
Comune di Bologna ha ordinato lo sgombero del campo Rom sito in via
Gobetti e
abitato da circa 170 persone (per lo più donne e bambini) delle quali 80 sono state rimpatriate
nell’arco di poche ore e 20 sono state accompagnate nel CPT . Delle
circa 70 restanti:
35 si sono recate presso la sede del quartiere S. Vitale dove, a
seguito di
trattative con la vicesindaco A. Scaramuzzino, hanno trovato in un
primo
momento una sistemazione precaria e provvisoria presso il deposito
della
polizia municipale ed, infine (precisamente dal 27 novembre), una
sistemazione
sempre provvisoria ma meno precaria nello stabile di via Paderno; le
altre 36
persone, invece, sono confluite in un casolare abbandonato sito in Via
Malvezza
2, al cui interno, vivevano già da quest’estate 3 famiglie.
La
situazione creatasi in Via
Malvezza non ha ricevuto alcuna attenzione mediatica né
istituzionale e
pertanto le 36 persone riversatesi in essa sono state abbandonate a se
stesse
dopo essere state private dei loro effetti personali (documenti,
vestiti,
coperte, pentole, cibo, ma anche giocattoli e libri di scuola
appartenenti ai
bambini) completamente distrutti dalle ruspe passate sul campo di via
Gobetti.
L’associazione
Harambe, venuta
per caso
a conoscenza e a contatto con la situazione d’emergenza sanitaria,
abitativa e
soprattutto umana sorta in via Malvezza, ha deciso di agire su tre
livelli:
- Cercare di dare assistenza
primaria
a tutte le 56 persone rifugiatesi nel casolare, prestando particolare
attenzione ai soggetti più deboli quali donne incinte (3 di cui
1 minorenne), neonati (5 di cui 1 di due mesi), anziani e malati (casi
di Lupus, diabete, cirrosi epatica, ulcere, scompensi tiroidei…),
procurando beni di prima necessità quali cibo, letti, coperte,
pannolini, latte (il tutto grazie alla donazione di privati e alla
collaborazione della Caritas, Opera Marella e Coop La Strada).
- Rendere nota la situazione
alle
autorità competenti, amministrazione comunale e servizi sociali,
con l’auspicio di una celere e, una volta per tutte, risolutiva azione
nei confronti di persone che arrivate a Bologna da anni e vittime di
continui sgomberi e spostamenti (Borgo Panigale, Caserme Rosse,
Ferrhotel, Galilei) vorrebbero soltanto una possibilità di
integrazione per lasciarsi alle spalle le esperienze tragiche e
traumatiche che finora hanno segnato la propria vita.
- Richiedere l’aiuto di avvocati
e di
medici (rispettivamente dell’ass. Sokos e del poliambulatorio Zanolini)
per la risoluzione pratica di casi specifici.
L’associazione
nonostante questo
suo intervento assistenziale sul campo vuole sottolineare che, essendo
composta
da studenti volontari e avendo finalità ben diverse, non
è nè in grado, né
attrezzata per sostenere e risolvere situazioni di questo tipo,
né si ritiene
competente a farlo, ma si è sentita in dovere di intervenire
eccezionalmente
(improvvisandosi associazione “assistenzialista”) per un senso di
dovere morale
scaturito dal contatto diretto con queste persone e con le loro storie.
Storie
di traumi e tragedie, storie di malattie e di sofferenza, storie che
noi, come
associazione in primis e come studenti in secundis, non potevamo
sopportare e
accettare, soprattutto all’idea che fosse proprio il Comune di Bologna
a
rendersi artefice di ulteriori sofferenze a loro carico.
Per le
suddette ragioni la nostra
richiesta all’amministrazione comunale, manifestata attraverso una
lettera
aperta alle istituzioni datata 8 dicembre 2006, è stato chiara:
chiedevamo un
intervento assistenziale concreto per tutte le persone rifugiatesi in
via
Malvezza, 2. Intervento che considerasse il caso specifico di ogni
individuo e
di ogni nucleo familiare, prestando particolare attenzione a quei
soggetti
deboli che ricoprivano la maggioranza dei casi.
Una
risposta
dalle istituzioni
non è mai arrivata e il 14 dicembre c.a., alle 5.15 di mattina
le forze
dell’ordine hanno circondato e sgomberato il casolare, caricando tutte
le
persone su due pullman (uno con destinazione la caserma dei carabinieri
di V.le
Panzacchi, l’altro con destinazione la Questura presso via Volto
Salto).
Sappiamo
bene che, in questo
caso, l’azione non è stata decretata dal Comune bensì dal
Magistrato del
Tribunale di Bologna in base a motivazioni prettamente legali, eppure
non
riusciamo ad accettare che la logica dello sgombero abbia nuovamente
vinto su
qualsiasi altra possibile soluzione.
Sappiamo
bene che l’ordinanza
prevedeva una perquisizione del casolare con identificazione degli
occupanti e
indicava la necessità di prestare concreta assistenza ai
soggetti deboli,
eppure l’azione intrapresa ai danni di queste persone, nei fatti, non
si è
rivelata diversa dagli sgomberi precedenti: mutata la forma, i
risultati
restano pressoché identici.
Delle persone che abitavano il casolare solo 3
famiglie sono state
rilasciate (cioè quelle in cui era presente una donna incinta o
un
capo-famiglia munito di permesso di soggiorno) senza però alcuna
concreta prospettiva
assistenziale e di accoglienza a lungo termine, mentre tutte le altre
sono
state rimpatriate.
Lo
sdegno
davanti a questi fatti
non è, da parte nostra, quantificabile perché, pur
sapendo che questi
provvedimenti sono inseriti in una logica di lotta
all’illegalità e di lotta
per la sicurezza, siamo estremamente convinti della nocività
delle modalità con
le quali sono messi in atto, a maggior ragione quando, come nei casi
sopra
citati, tali provvedimenti coinvolgono persone in una condizione di
bisogno
estremo di cure e al limite della sopravvivenza.
E’
stato
anche questo sdegno,
dunque, a muovere le nostre forze nei giorni trascorsi per dare un
aiuto
concreto probabilmente perché la nostra idea di “concreta
possibilità di
prestare assistenza ai soggetti deboli”
ha la pretesa di non limitarsi alla contingenza di un’azione
poliziesca, e,
soprattutto ha la pretesa di assistere ogni individuo in condizione di
bisogno
estremo.
Lo
sgombero
e il rimpatrio,
infatti, non risolvono il disagio creato dalla presenza a Bologna di
rom-rumeni
senza fissa dimora, in quanto al rimpatrio segue immediatamente un
altro
viaggio della speranza sempre verso l’Italia, sempre con meta Bologna
per
coloro che l’hanno appena lasciata, e ad ogni sgombero segue sempre un
nuovo
campo o locale occupato.
E
allora
perché investire denaro
pubblico in sgomberi inefficaci e rimpatri collettivi, al limite della
violazione dei diritti fondamentali, quando poi sarebbe più
umano e
lungimirante investirli in progetti di integrazione a lungo termine,
soprattutto con la prospettiva dell’imminente ingresso della Romania
nell’Unione Europea e della conseguente estensione della cittadinanza
europea
anche ai rom-rumeni?
La
politica
spesso si dimostra
miope e siamo indotti dalle circostanze a constatare che questo tipo di
politica non dà frutti ma solo fiori che appassiscono presto
lasciando la
popolazione locale ancora affamata.
E’ fin
troppo semplice disporre
uno sgombero, preparare un aereo e rimpatriare decine di persone,
“ripulire” le
strade per qualche tempo dai volti provati di donne in attesa di
spiccioli,
riempire i giornali di titoli convincenti sulla futura sicurezza locale
e poi
ritrovare dopo pochi giorni per le stesse strade gli stessi volti (un
po’ più
provati) in attesa di nuovi spiccioli.
E’ una
soluzione vana, quella che
il Comune di Bologna, come quello di Milano e di Roma, si ostina a
riproporre;
soluzione che rientra nei canoni di una legge, la Bossi-Fini, che non
mira a
risolvere alla radice il disagio che un gruppo di immigrati non
integrato e
illegale può creare sul territorio, sottraendosi dal fornire
un’accoglienza del
tutto legittima e dovuta, scevra da pregiudizi fondati su presunte
appartenenze
etniche.
L’associazione
vorrebbe invitare
tutti a riflettere su questo punto di vista, per comprendere il nostro
convinto
e incondizionato rifiuto verso la logica dello sgombero, che non
funziona, non
solo in quanto mezzo non giustificato dal fine, ma anche in quanto
mezzo che
non raggiunge il fine!
Un’ulteriore
riflessione che l’associazione
intende sollevare è per lo più politica e riguarda il
senso dell’appartenenza
all’Unione Europea. Sappiamo tutti, infatti, che la Romania tra pochi
giorni
entrerà a far parte dell’Unione Europea, eppure il comportamento
nei confronti
dei rom-rumeni è lungi dall’essere quello che si riserverebbe ad
un cittadino
europeo.
Su
questo
piano sorgono due
considerazioni importanti che inducono ad altrettanti interrogativi:
- Quale logica
si
nasconde dietro le espulsioni attuate nei confronti di persone che nel
giro di pochi giorni avrebbero avuto non solo la cittadinanza europea,
ma anche, nei limiti delle restrizioni provvisorie concordate, la
libertà di circolare all’interno del territorio dell’Unione?
- Qual senso può avere
un’Unione Europea che si allarga a nuovi membri, ma non si sforza di
prendere in considerazione la situazione di minoranze che da troppo
tempo versano in una situazione di degrado e persecuzione? Come si
può pensare di includere escludendo?
La
paura di
rispondere a queste
domande, decifrando i segnali che riceviamo e assecondando spiacevoli
presentimenti, è grande. E’ la paura di poter scoprire che forse
dietro queste
espulsioni vi possano essere accordi più o meno taciti tra il
governo italiano
e quello rumeno, accordi basati su cooperazioni presenti o future o su
scambi
di favori politici che però tendono a dimenticare il fatto che le vere vittime sono persone reali.
Paura
che
possa essere confermata
l’esistenza di una comune direttiva nazionale seguita dalle
amministrazioni
locali nei riguardi dei numerosi gruppi di rom presenti in Italia.
Direttiva
che, se esistesse davvero, sarebbe nettamente discriminatoria nei
confronti di
individui che di discriminazioni ne hanno già subite troppe.
E’,
ancora,
la paura di scoprire
che forse dietro il concetto di UNIONE EUROPEA possa
prevalere esclusivamente una logica economica
che cancella, di
fatto, ogni altra speranza di creare un POPOLO EUROPEO fondato su
individui-persone e non su individui-economici.
Paura,
infine, di scoprire che, in fondo, buona parte degli europei
“storici” (cioè i fondatori: Francia, Germania, Italia, Benelux)
non vogliano
rendersi conto che la specificità e la diversità che ogni
nuovo componente
porta con sé devono essere conosciute, comprese e, sotto molti
punti di vista
accettate e valorizzate, anche in un’ottica di solidarietà,
anziché appiattite
e svilite di fronte a categorici standard da rispettare.
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